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Christine: la sorpresa


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
05.07.2025    |    4.960    |    6 8.6
"Mentre succhiava un altro, il sapore acre e intenso, come caffè tostato, sentì un fiotto caldo in bocca: il ragazzo che aveva davanti sborrò, e lei, felice, ingoiò tutto, lo sguardo che..."
Quella sera, l’appartamento che Francesco aveva affittato si ergeva al quarto piano, nella periferia di Monza: un tempio di ombre e desiderio che pulsava di un’energia oscura, come un cuore nero che batteva sotto la luce della luna. Le pareti, dipinte di un nero opaco che sembrava inghiottire la luce, erano punteggiate da specchi antichi, le cornici ossidate che riflettevano frammenti di realtà distorta.
Candele nere, alte e sottili, erano sparse su ogni superficie – tavolini di ferro battuto, mensole di ebano, il bordo di un camino spento – e il loro profumo di cera fusa si mescolava a un incenso al muschio bianco, creando un’atmosfera densa, quasi soffocante, che avvolgeva i sensi come un abbraccio.
Strisce di neon viola pulsavano lungo il soffitto, tingendo l’ambiente di una luce ultraterrena che danzava sulle tende di velluto cremisi, pesanti come segreti, che bloccavano ogni spiraglio di luce esterna.
Un giradischi in un angolo crepitava, sputando note di un jazz lento e sensuale, le trombe che si intrecciavano al fischio del vento che ululava fuori dalle finestre, un lamento che sembrava incitare alla trasgressione. Il pavimento di legno scuro scricchiolava sotto i passi, ogni asse un’eco di storie mai raccontate.
Al centro della sala, un tavolo di ebano lucido rifletteva la luce viola, con un paio di manette di pelle nera fissate a un’estremità, il cuoio consumato che scintillava come un invito. Un divano di velluto nero, morbido e invitante, era appoggiato contro una parete, accanto a una collezione di catene decorative che pendevano come gioielli oscuri. L’aria vibrava di un’elettricità palpabile, ogni respiro un’anticipazione di ciò che stava per accadere.
Christine arrivò alle 21:00 in punto, come Francesco le aveva ordinato quella mattina in segreteria, quando, con il cazzo duro premuto contro i pantaloni a pochi centimetri dal suo viso, le aveva sussurrato: “Preparati, Christine. Stasera avrai visite.” La parrucca bionda, lunga e setosa, scintillava sotto le luci viola, incorniciando un volto truccato con precisione: eyeliner nero che allungava gli occhi azzurri, mascara che rendeva le ciglia drammatiche, rossetto scarlatto che prometteva peccato. Indossava una minigonna di seta rossa, così corta da rivelare il bordo di un tanga nero di pizzo, e un corsetto attillato che stringeva la vita, esaltando il seno e le curve sinuose. I tacchi a spillo neri, alti e affilati, clicchettavano sul pavimento, ogni passo un ritmo che accendeva l’aria.
Francesco la accolse sulla soglia, i suoi occhi verdi che la trafiggevano, un misto di desiderio crudo e dominio. Il suo fisico scolpito, modellato da anni di allenamento, era fasciato in una camicia nera aperta sul petto, i muscoli che si tendevano a ogni movimento, un odore di colonia legnosa che lo avvolgeva come un’aura. “Sei pronta per la tua sorpresa?” chiese, la voce un ringhio avvolto di velluto, carica di promesse oscure. Christine sorrise, gli occhi che brillavano di eccitazione e sfida. “Non aspetto altro, professore,” rispose, la voce morbida ma carica di un’energia che incendiava l’aria, il suo consenso chiaro in ogni gesto, il corpo già teso dal desiderio.

L’appartamento era un nido di sensualità: il profumo di vaniglia e sudore di Christine si intrecciava con il fumo delle candele, il crepitio del giradischi che scandiva i loro respiri sempre più pesanti. Francesco la guidò verso il tavolo di ebano, le manette che scintillavano come un presagio di piacere. Un fruscio alla porta spezzò il silenzio, e Christine si voltò, il sorriso che si allargava in un misto di anticipazione e gioia.Otto ragazzi della palestra di Francesco, tra i 18 e i 20 anni, entrarono, i loro fisici scolpiti che si stagliavano sotto le luci viola, ciascuno un quadro di forza e desiderio.
Tutti vibravano di eccitazione, i loro cazzi già duri sotto i jeans attillati, gli occhi che divoravano Christine, grati a Francesco per averli invitati a questo regalo: un’orgia che prometteva di incendiare la notte.
Christine, vedendoli, rise, un suono roco e invitante che echeggiò contro le pareti nere. “Perfetto,” mormorò, sdraiandosi sul tavolo di ebano, le gambe che si aprivano leggermente, il tanga nero che catturava la luce viola. Le manette di pelle si chiusero attorno ai suoi polsi con un clic metallico, un gioco a cui fu costretta, il cuoio morbido che le accarezzava la pelle. Francesco le si avvicinò, le dita che scivolavano sul pizzo del tanga, togliendolo con un gesto lento, il profumo del suo desiderio che si mescolava all’incenso, dolce e muschiato, come un frutto proibito. “Sei la mia troia stasera,” sussurrò, e Christine annuì, gli occhi lucidi di piacere, il corpo che fremeva di anticipazione.
Il primo amico si avvicinò, il cazzo duro che pulsava, e Christine lo accolse in bocca con passione, succhiandolo con avidità, il sapore salato e agrumato che le esplodeva sulla lingua, come un’arancia amara mista a sudore. Ogni movimento era un atto di devozione, i gemiti soffocati che si mescolavano al jazz, il crepitio delle candele che scandiva il ritmo. Francesco la preparava, la lingua che esplorava il suo culo, aprendola con carezze decise, il sapore della sua pelle che gli accendeva i sensi, un misto di vaniglia e calore.
Il primo amico la penetrò nel culo con colpi forti, ritmici, il suono della loro pelle che si scontrava come un tamburo, e Christine gemette, il piacere che la travolgeva. “Puttana,” ringhiò il ragazzo, e lei sorrise, eccitata, il corpo che si tendeva verso di lui. L’orgasmo del primo esplose dentro di lei, caldo e liquido, spingendola a un climax che le fece tremare le gambe, il suo godimento che echeggiava nella sala, un urlo che si mescolava alle trombe del jazz.
Francesco, osservando, sentiva il cazzo pulsare nei pantaloni, il piacere di vedere Christine così appagata che gli bruciava nel petto, ogni suo gemito un trofeo che lo faceva fremere. Il secondo amico prese il suo posto, il cazzo più snello ma vigoroso, l’odore speziato di cannella che la inebriava. Christine continuò a succhiare un altro, il sapore più dolce, come miele salato, un contrasto che la faceva gemere più forte. Il secondo la scopava nel culo, ogni affondo un’esplosione di piacere, il ritmo che si sincronizzava con il crepitio del giradischi, e Christine si abbandonava, il corpo aperto e vibrante, un altro orgasmo che la travolgeva, il calore della sborra del ragazzo che la riempiva, il suo grido che si spezzava contro le pareti. “Troia,” mormorò il secondo, e lei rabbrividì, il piacere amplificato dalle parole. Il terzo amico, con un cazzo grosso e imponente, si avvicinò, il suo odore di cuoio e muschio che riempiva l’aria.
Christine sobbalzò al primo affondo, ogni colpo un’onda che la scuoteva, il tavolo che scricchiolava sotto il suo peso. Mentre succhiava un altro, il sapore acre e intenso, come caffè tostato, sentì un fiotto caldo in bocca: il ragazzo che aveva davanti sborrò, e lei, felice, ingoiò tutto, lo sguardo che cercava Francesco, pieno di gratitudine. “Grazie,” sussurrò, la voce rotta dal piacere, il rossetto sbavato, il trucco che colava per il sudore. Il terzo amico venne, riempiendola di sborra, un altro orgasmo che la fece urlare, il corpo che tremava di gioia sotto le luci viola.
Il quarto amico, con il tatuaggio tribale e l’odore di mare e sudore, la scopò con un ritmo selvaggio, il suo cazzo che la apriva, portandola a un altro picco, i gemiti che si mescolavano al jazz. Il quinto, con il profumo terroso, la prese con una forza che la fece gemere, il suo orgasmo che esplodeva mentre succhiava un altro, il sapore salato che le inondava la bocca. Il sesto, con la rosa nera tatuata, aveva un cazzo lungo e deciso, l’odore di tabacco che la inebriava, e Christine si abbandonava, il corpo aperto e pulsante, un altro climax che la scuoteva. “Zoccola,” ringhiò il sesto, e lei sorrise, eccitata, il piacere che montava come una marea.
Il settimo e l’ottavo decisero di intensificare il gioco, slegandola dalle manette e sdraiandola sul pavimento di legno freddo, il contrasto che le accendeva la pelle. Proposero una doppia penetrazione anale, e Christine annuì, ormai persa nel piacere e negli orgasmi, il corpo pronto, il desiderio che la consumava. I loro cazzi la riempivano entrambi nel culo, i loro odori di menta e cuoio bruciato che si mescolavano in un turbine, portandola a un orgasmo potente, il suo grido che si mescolava al crepitio delle candele e alle note del jazz.
L’ottavo, imponente come una statua, la fece inginocchiare, sborrandole in bocca, il sapore salato che la travolgeva, un ultimo climax che la lasciò stanca ma raggiante, il corpo lucido di sudore, il cuore che batteva all’impazzata.
Francesco congedò i ragazzi, ringraziandoli, poi si avvicinò a Christine, il cazzo duro come acciaio dopo aver osservato ogni momento, il piacere di vedere Christine così appagata che gli bruciava negli occhi. Le mostrò il telefono, il video che aveva “girato” e le foto che le aveva fatto, un atto di sottomissione per darle la scusa di essere la troia che desiderava. “Ora sei mia,” disse, avvicinando il suo cazzo alla sua bocca con un sorriso complice.
Christine rise, assecondandolo, e lo prese in bocca, succhiandolo con passione, il sapore salato e familiare che la faceva gemere. Ingoiò ogni goccia della sua sborra, suggellando il loro patto, un gesto che celebrava il loro legame. Si sdraiarono sul velluto nero, i corpi intrecciati, il jazz che svaniva nel silenzio, i loro respiri che si mescolavano, il piacere che li avvolgeva come le tende cremisi.
Christine, stanca ma felice, si strinse a Francesco. Sapeva che da quel giorno sarebbe stata la sua puttana e che lui l’avrebbe fatta usare da tutti i suoi amici, ma si sentiva pronta.
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